La solitudine degli animi disgiunti

Cosa mi ha portato questa quarantena? Dopo un po’ di tempo di assenza da questo foglio virtuale, ora che si avvicina il fatidico momento della semilibertà, passo in rassegna i pensieri prevalenti in questi cinquantatré giorni di clausura. Il silenzio, la quiete, l’immobilismo cosmico, la solitudine: tutte sensazioni apprezzabilissime e che, dalla notte dei tempi, contribuiscono a nutrire l’animo umano di autocoscienza e profonda serenità. Penso ai monaci, agli eremiti, a tutti coloro che hanno fatto di questo credo la loro ragione di vita imparando a conviverci, cosa che a noi comuni mortali sembra così difficile in questo momento. Ho toccato con mano l’importanza di avere un equilibrio sano con sé stessi e con il proprio modo di vivere l’abitudinarietà, poi il ruolo fondamentale degli affetti nella vita umana.

Mi sono sentita pecorella senza gregge, per poi ritrovare un significato all’essere lupo solitario, costretto al distacco dal branco per la sopravvivenza. Ora che il 4 maggio è vicino siamo tutti in fermento nell’attesa di ricongiungerci a quello che noi percepiamo come branco d’appartenenza, come casa al di là delle quattro mura.  
Amanti dei mondi paralleli, amici del video-aperitivo, famiglie dai pezzi sparsi oltreconfine quando il limite è a duecento metri da casa: le distanze sono state dolcemente affievolite dalla telecomunicazione, ma è evidente quanto quest’ultima non sia sufficiente in nessun modo a colmare il senso dell’abitare tra le braccia di chi per noi è famiglia.
Si sono innalzate diverse polemiche riguardo al discorso del Presidente del Consiglio dei Ministri. pronunciato questo 26 aprile in materia “congiunti”, termine di per sé poco chiaro e fraintendibile. Da cosa nasce questo dubbio interpretativo?
Il significato letterale del sostantivo è “familiare”, ma nella sua funzione di aggettivo porta con sé il concetto di vicinanza, di contatto più o meno duraturo e stabile. Potrebbe sembrare a primo impatto che vi sia una differenza d’ampiezza etimologica tra i due termini. Andando oltre, cos’è allora familiare e chi è un familiare? Il senso della parola famiglia, però, eccede dalla sua semplice significazione etimologica, racchiudendo in sé i frutti delle esperienze dell’umano, senza distinzioni di sorta.
A tal proposito, in un suo libro l’antropologo Marshall Sahlins parla della reciprocità dell’essere come caratteristica distintiva delle relazioni di parentela, e il modo in cui questa si costituisce varia da cultura a cultura. Da concepimento e convivenza a “fare insieme”, lavorare insieme e vivere sulla stessa terra, si tratta di pratiche che donano eguale dignità al senso contenuto nel vocabolo “famiglia” e il loro minimo comune denominatore è il prestarsi mutuo soccorso, “il partecipare gli uni alle vite degli altri”.
Le questioni legate all’intimità delle nostre vite sono sempre molto delicate e per questo generano polemiche nel caso in cui ci venga imposto il sistema di valori secondo cui dovremmo strutturare i nostri affetti. Il modo in cui ognuno di noi elabora e fa esperienza di questo momento è unico e singolare e come tale andrebbe rispettato, tanto quanto il nostro modo di gestire il bisogno d’affettività e di socialità dopo quasi due mesi d’isolamento forzato. Non tutto spesso si può mettere nero su bianco, come il livello di familiarità tra due persone non può essere definito e giustificato tramite un’autodichiarazione. Per Sahlins, infatti, è il corredo biologico ad essere l’estensione culturale del sistema di parentela, e non il contrario.
Al cinquantaseiesimo giorno di quarantena arrivano i chiarimenti da Palazzo Chigi: sono considerati congiunti i coniugi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado e gli affini fino al quarto grado. Per quanto permanga un alone d’ombra attorno alla definizione di “persone legate da uno stabile legame affettivo”, dovuto al fatto che sono molteplici e personali le interpretazioni di tale assunto, risulta evidente l’intento da parte di un’Italia burocratica e retrograda di concedere la possibilità d’incontro alle sole persone legate all’ambito familiare, seppur interpretato in senso ampio (considerando che non so nemmeno chi siano i miei parenti fino all’ottavo grado).
Ci viene sostanzialmente imposto un sistema di valori che esclude la possibilità di considerare e rielaborare in modo intimo il senso di famiglia, senza pensare né a tutti coloro che sono profondamente esclusi e penalizzati dal Dpcm né al fatto che il concetto di famiglia si sviluppa a livello percettivo collettivo, culturale e personale.
Se questa esperienza ci ha insegnato quanto caduca è la sopravvivenza dell’essere umano come specie e come la solidarietà e la cooperazione collettiva può fare il nostro destino, proviamo ad esportare al di là di questo periodo storico un senso comune di famiglia che sia onnicomprensivo delle varie declinazioni del mutuo aiuto, della cura e dell’amore, e che non rifletta meramente i canoni tradizionali della famiglia. “Famiglia” è chi ci sta vicino, chi partecipa alla nostra vita.

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