Lo stratagemma del maschio/femmina

“I didn’t know exactly what it was but there was a sense of things being awry, being different.”

Sally Gross

Alla nascita di un neonato, generalmente, viene posta ai medici la fatidica domanda: “È maschio o femmina?”, attendendo una risposta determinata e univoca. La realtà, di cui si parla ancora molto poco (le società occidentali sono in prima fila nelle operazioni sui neonati per la riassegnazione del sesso), è che le persone che nascono con tratti intersessuali rappresentano una percentuale che si aggira tra lo 0,5% e l’1,7% della popolazione mondiale.

Nel caso delle persone intersex le alterazioni che si possono presentare, per cui risultino esserci delle anomalie, sono innumerevoli come la variabilità di combinazioni che si possono ottenere tra sesso gonadico interno e esterno, cromosomi e ormoni[1].

Nelle società occidentali l’intersessualità viene da tempo considerata una condizione patologica che necessita di un intervento chirurgico al fine di essere conformata al sesso che i medici stabiliscono per il neonato, sulla base di analisi e valutazioni cliniche. Non è raro, però, che si verifichi, durante la crescita, un senso di estraniamento dal proprio corpo che rende necessarie altre chirurgie per una successiva riassegnazione. È stato questo il caso dell’attivista intersex Sally Gross, alla nascita operato e battezzato come Selwyn Gross.

Quando parliamo di anomalie intendiamo riferirci alla presenza di caratteri non riconducibili a un modello stabilito come prototipo di una classificazione. Come avviene nella maggior parte dei casi (nel sesso in maniera emblematica), questa classificazione ruota attorno a due poli, interpretati come le due uniche possibilità di declinazione: il maschio e la femmina. Proprio da questo stratagemma semplificatore della complessità del sesso umano deriva la necessità programmatica di operare chirurgicamente i casi di intersessualità.

Nell’antichità veniva spesso usato il termine ermafrodita che rimanda alla figura mitologica di questo essere perfetto, metà uomo e metà donna, un semidio o comunque un soggetto con particolare contatto con l‘ultraterreno.

Oggi si preferisce evitare questo termine in quanto non tutti gli intersex presentano allo stesso tempo caratteri sessuali sia maschili che femminili e il vocabolo intersessuale identifica tutte quelle variazioni che vanno da cromosomi non corrispondenti al fenotipo, a genitali con qualche grado di ambiguità.

I Dogon del Mali, come ci racconta Griaule, credono che ogni bambino al momento della nascita conservi in sé la potenzialità di entrambi i sessi e che debba essere la società, con un taglio che recide il prepuzio o la clitoride, a stabilire se il neonato sarà uomo o donna, imponendo la scelta (Griaule; 1948[2]).

La divergenza nell’approccio rispetto alla società occidentale risiede proprio nel fatto che i Dogon sembrano essere perfettamente consapevoli della molteplicità dell’universo sessuale e che, pur sostenendo la necessità che venga definito da parte della società, questo viene visto come una risorsa e non come una patologia bisognosa di cure. La differenza sta nel significato che quel taglio di bisturi assume, pur avendo, in entrambi i casi, la funzione ultima di controllo sociale. Nella società occidentale ciò che sta al di fuori dei due prototipi è un errore, un’anomalia, un caso sfortunato, considerato patologico; per i Dogon, una potenzialità insita e naturale dell’essere umano.

Etimologicamente parlando, la parola dicotomia deriva dal verbo greco διχοτομεώ/dikotoméw che significa letteralmente tagliare in due, espressione che rimanda al gesto di incidere chirurgicamente con un bisturi il corpo neonato. Ed è proprio attraverso le dicotomie che il mondo è reso decodificabile.

Siamo individui rappresentati attraverso divisioni binarie, prima tra tutte quella tra maschi e femmine, che ci rendono prigionieri. Ogni qualvolta un neonato nasce con genitali ambigui, risulta evidente come la classificazione binaria del sesso sia un concetto che non è dato in natura ma socialmente costruito, divenendo, quindi, uno strumento di potere che mira al controllo sociale. La naturalità intersex sottolinea ed evidenzia, invece, l’arbitrarietà delle nostre classificazioni.

Stando a quanto stabilito dall’articolo 7 della Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989, risulta necessario che i bambini siano registrati dopo la nascita con un nome ed abbiano il diritto ad acquisire una nazionalità, ma non viene richiesto agli Stati di registrare sesso e genere. Spesso, invece, accade che i genitori di bambini intersessuali abbiano difficoltà a registrarne la nascita, o che questi siano costretti a subire interventi chirurgici inutili che introducono notevoli difficoltà nel cambiamento dei marcatori di sesso e genere.

Dall’approvazione della Convenzione sono passati trent’anni e la speranza è che divulgando l’informazione su argomenti pressoché sconosciuti ai più, i diritti delle persone intersex siano rivendicati e, soprattutto, che la loro esistenza divenga legittima. Si tratta di un riconoscimento lecito e fondamentale per un’esistenza conformemente tutelata dalla legge, per individui che sono e devono essere considerati in primis come persone, con il loro naturale diritto alla vita e, solo successivamente, come individui intersex. Venir meno a questo impegno concretizza una delle violazioni più violente di diritti fondamentali, la più celata nel silenzio e nell’ignorante misconoscenza.

Ai corpi non è concessa la libertà di esistere nella loro naturale forma: così, però, spazziamo via la liquida e variabile fluidità della differenza, rimuovendo quanto questa sia fonte di ricchezza, invece, per ogni specie. Anche animale.


Per un approfondimento: UN OHCHR paper on human rights violations against intersex people https://ihra.org.au/35851/ohchr-background-paper/


[1] Tra le sindromi più diffuse vi sono: l’iperplasia surrenale congenita, che si manifesta nei casi di neonati con cromosoma XX, in cui avviene un processo di mascolinizzazione dei genitali; la sindrome di insensibilità agli androgeni, per cui si presentano neonati con cromosoma XY e genitali femminizzati, che durante la pubertà sviluppano il seno e una corporeità tipicamente femminile; la sindrome di Turner, in cui a causa dell’unico cromosoma X, gli individui affetti presentano un’assenza di caratteristiche sessuali secondarie, restano bassi di statura e le loro ovaie non si sviluppano; l’ipospodia, per cui l’uretra non possiede un’apertura verso l’esterno sulla punta del pene; la sindrome di Klinefelter, che si presenta con uomini con cromosoma XXY, sterili, che spesso hanno sviluppato il seno durante la pubertà.

[2] Griaule Marcel, 1948, Dieu d’eau, (trad. it. di Giorgio Agamben, Dio d’acqua. Incontri con Ogotemmeli, Bompiani, Milano, 1968)

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