L’amore è indefinibile, eppure infinitamente aggettivabile

La scossa fondamentale che diede vita a questo progetto fu l’amore. L’insita, intima e indomabile necessità di parlare all’amore, quello multiforme e che sovente soffre di crisi d’identità; parlare dell’amore, quello senza forma né sagoma, né consistenza di contenuto se non quella che solo il cuore di ogni singolo individuo è in grado di conferirgli. Ci chiediamo mai cos’è l’amore?

Penso sia una domanda che in molti si fanno spesso, finendo per tracciare frettolosamente linee perimetriche attorno al sé esperienziale; linee che delimitano, che pregiudicano, che sanno. E se sanno, hanno il sentore di proprietà privata.

Ogniqualvolta finiamo col definire un circondario, non stiamo facendo altro che determinarne lo spazio che vi risiede al suo interno. Una sorta di amputazione di ciò che rimane al di fuori di quel contorno che abbiamo tanto meticolosamente tracciato negli anni di vita.

Ognuno di noi darebbe una risposta differente, frutto della pioggia caduta sulle spine dorsali del proprio flusso intestino ed animale. L’esperienza insegna, è vero, ma non sempre insegna abbastanza per farci comprendere che non tutto ciò che si pone al di fuori del sé, trovando il suo spazio d’esistenza, è necessariamente qualcosa che non esiste o che non ha diritto d’essere.

Per quel poco che so, una cosa è certa: il recinto posto fuori dal portone della propria casa, a circoscrivere quello spazio del fin dove l’occhio vede, è una forma di cecità. Una cecità macchinosa, retta, spigolosa, demarcata con righello e squadra, quasi ingegneristica. Un meccanismo d’autodifesa, quello delle linee perimetriche sapienti, poiché in fondo si ha sempre paura di posare il proprio piede in un pantano fangoso, su una ripida scogliera o, ancor di più, nel vuoto.

La paura di non conoscere, l’incapacità di non definire lo sconosciuto alla nostra intimità, l’essere spettatori primi con l’onore d’assistere al coraggio di avere un’idea che comprenda senza bisogno di vedere. Un atto di fede nei confronti dell’eterno sentire che anima il nostro fuoco. Se permettessimo ai nostri occhi di avere un pensiero in grado di travalicare l’angolatura del visibile, potremmo vivere senza la naturale e fisiologica routine del cambiare idea, che è solo l’arte di cancellare e tracciare nuovamente freddure rettilinee. Potremmo lasciare da parte la valigia da lavoro del geometra abbandonandoci a quel placido tendere ad infinito che è il disegno a mano libera della voce del verbo amare.

A volte mi ripropongo di cambiare la formulazione dei miei interrogativi più ardui, perché spesso non ci sono risposte giuste o sbagliate, ma solo domande scomode e limitanti. Decido, allora, di modificare i prefissi e scoprire la magica varietà del possibile: com’è l’amore?

L’amore è a colori eppure in bianco e nero. E anche seppia ogni tanto. È ondulato, è vellutato ma anche scabro, sdrucciolevole. È retto eppure ricco di biforcazioni e strade secondarie. L’amore è multiforme eppure senza contorno; è vago e vagabondo; è astigmatico, cardiopatico a volte. È malleabile e carnoso per poterci affondare le dita, impastabile ma anche così fluido ed etereo da essere inafferrabile nella sua sagoma, così sempre imprevedibile, tracciata a pastelli, a volte miope. L’amore è pastellato, eppure anche fluorescente, caleidoscopico, un folle collage. L’amore è mosaicato, appeso, ciondolante, in volo. L’amore è in infinitesimi e in miglia, in bar, in kelvin, sulla scala Richter.

Alla variazione della mia domanda, la mia parola smette di tracciare la sua stessa finitezza e inizia a fluire copiosamente, divenendo quasi inarrestabile. Il suo tendere a infinito spaventa a volte, eppure è comprensivo. Nel suo atto di fede, decide di comprendere anche ciò che non appartiene al suo campo visivo temporaneo. Non vi appartiene, eppure prende il suo spazio all’interno dell’enorme mosaico.

La rabbia risiede là, dove tra una proprietà privata e un’altra viene relegato l’amore dei pochi. L’amare diverso, l’amare sopra le righe, l’amare anormale, l’amare di una minoranza. Un amare che si posa dove vi è lo spazio d’espressione residuo: sui tasti neri del pianoforte, sulla variazione d’armonia, sullo scardinarsi di un canone.

Interrogo i miei fondali sabbiosi cercando di capire cosa vi sia di diverso, cosa vi sia di uguale tra le differenti forme d’amore, tra le possibili coniugazioni del verbo amare. C’è una piccola risposta che trovo tra lo scoglio e la vita, ed è proprio lì che questo verbo pervade, perturba e colora la mia piccola esistenza. Da qui decido di partire per disegnarlo nell’aire senza principio.

Come può, ciò che non ha origine, contenere la sua stessa fine?

L’amore è indefinibile, eppure infinitamente aggettivabile.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...