Mi nombre es Carolina y Elvis

Onnipresente e silenziosa è l’ordinaria consuetudine alla sessualizzazione dell’esistenza. Non c’è momento della nostra vita sociale in cui la categorizzazione prescinda dal binarismo maschio/femmina. Questo si traduce consequenzialmente in una serie di norme legate a uno dei due sessi, che ci rendono identificabili come uomini o donne. Si tratta di una strategia che dovrebbe semplificare la comprensione della complessità circostante, oltre che garantire una certa misura di controllo sociale.

In matematica quando semplifichiamo i numeri fratti all’interno di un’equazione, andiamo cercando un minimo comune denominatore, in parole povere riduciamo ai minimi termini.

Quando applichiamo una metodologia di semplificazione a un fatto, stiamo automaticamente tentando di ridurne la diversità, lo stiamo appiattendo. Osando, mi verrebbe da dire che stiamo cercando di apportare un’omologazione facilitante, dove questa non potrebbe naturalmente esistere. Parlo ipoteticamente al condizionale in quanto ciò che mi domando essenzialmente è: siamo sicuri che cercando di chiarificare le cose per aiutarne la cognizione, stiamo realmente agevolando il nostro percorso di comprensione e accettazione del sé che concerne la felicità incostante della nostra vita?

Siamo abituati a decodificare comodamente il mondo umano tramite il binarismo uomo/donna e lo facciamo quotidianamente senza domandarci neanche il perché. Questo concetto dicotomico spezza a metà la realtà del genere umano creando due macro-categorie che non sono realmente descrittive della meravigliosa dissimilitudine innata che ci contraddistingue. Come scrissi tempo fa, siamo in ventuno ad abitare qua dentro. Questa frase ha molteplici significati: uno dei tanti è che pur stando bene nel mio corpo e nel mio essere, riflettendoci su, mi resta difficile assegnare me stessa a uno di questi due gruppi, perché in questo gesto risiede l’assegnazione di un’anima, non solamente di un corpo.

Sì, è vero, rispetto alla rigida fissità delle caratteristiche, prestabilite per le due tipologie cinquant’anni fa, stiamo facendo passi da gigante: ora possiamo vedere donne che indossano pantaloni o uomini con la camicia rosa, donne che giocano a calcio e uomini che fanno i ballerini o gli stilisti di moda, senza che le prime vengano percepite necessariamente come lesbiche o mascoline e i secondi come gay o effeminati. Si tratta, però, di una di quelle che mi piace definire vittorie a metà. Infatti, latente e potente resta la presenza nel nostro DNA esperienziale del formulario del genere, a noi indispensabile per la comprensione dell’identità di un individuo in quanto sessualizzata dal midollo. Ma è davvero così fondamentale nell’interazione con l’altro sapere cosa ha sotto la biancheria e a cosa si sente di appartenere in cuor suo?

Questo bisogno spasmodico ci ha portati a definire cis-gender le persone il cui sesso biologico corrisponde all’esatto genere sociale e transgender coloro il cui sesso si trova in posizione opposta, errata, anormale, quasi amorale rispetto al genere sociale. Ma secondo quale principio arbitrario si è stabilito che le norme sociali legate al genere in Occidente fossero quelle corrette per tutte e tutti e applicabili al resto del mondo?

In Messico vi è generalmente una popolazione meticcia, ma nello Stato di Oaxaca, precisamente nell’istmo di Tehuantepec, è conservata una di cultura prevalentemente Zapoteca.  Da questa deriva la figura della muxe, individuo di sesso maschile, ma accettato socialmente con canoni di genere femminile. Non c’è bisogno che questi vengano definiti trans, perché ci sono gli uomini e le donne, e qualcosa che sta nel mezzo: le muxes, appunto. Si vestono con abiti femminili, truccano i loro occhi, eppure non pensano di voler subire interventi chirurgici per modificare il loro sesso biologico. Generalmente in età molto precoce, tra i 2 e i 10 anni, la muxe consapevolizza la propria identità. Storicamente si può sposare e avere figli, oppure avere un partner maschile senza che esso debba per forza essere considerato omosessuale; possono scegliere di fare lavori di sartoria, tipicamente femminili, oppure di fare gioielli con l’oro, tipicamente maschile.

Per prevenire discriminazioni questi individui passano generalmente il corso della loro vita all’interno delle comunità rurali della zona, in quanto non è raro che nelle città più grandi e maggiormente influenzate dal cattolicesimo romano, incorrano in episodi di violenza.

Non so definire quali siano le cause e quali gli effetti, ma percorsi storici come il colonialismo, la globalizzazione e la conseguente e perenne interconnessione del mondo, ci hanno portati a fronteggiare un fenomeno assai peculiare: il rapporto di vicinato con l’altro che è sempre più altro da noi. Spostarci da un posto all’altro, percorrendo distanze interminabili, è sempre più semplice e economico: questo ci catapulta prepotentemente in una convivenza di culture tra cui intercorrono le stesse miglia di distanza che ha percorso il mezzo di trasporto scelto. Come vale per le lingue, quasi sempre è veritiera la proporzione per cui a maggior distanza geografica corrisponde una maggiore diversità culturale. La diversità è portatrice di incomprensione, che può poi tradursi in scontro o in accettazione. Il caso dello scontro è sicuramente più frequente e porta sovente alla sottomissione, secondo rapporti di potere, di una cultura in favore di un’altra. Infatti, ad oggi, nonostante le innumerevoli lotte da parte delle muxes per ottenere qualche vittoria, molte loro madri accettano l’identità dei loro figli in quanto conveniente, poiché la maggior parte delle volte non si sposano e restano a vivere a casa aiutando la famiglia nelle attività domestiche. Con i padri, invece, il rapporto sembra essere sempre più difficile e conflittuale.

Analizzando la peculiarità di questa figura e il fenomeno storico in evoluzione, sembra impossibile, quanto probabilmente inutile, comprendere se sia nato prima l’uovo o la gallina. Certo è che, come diceva Judith Butler* in un suo celebre scritto, per de-costruire l’identità di genere è necessario sovvertirla, rivoluzionarla, stravolgerla per destabilizzare la norma. Le categorie resteranno pur sempre necessarie, ma a quel punto potrebbero essere in grado di ricostruirsi in maniera fluida, contemplando il fatto che ogni essere umano, con la sua identità, è un continuum in eterna evoluzione nel corso della propria vita, e che come gruppo siamo gli infiniti punti che compongono una retta e non apparteniamo solo ai suoi due poli.

*Judith Butler, Undoing gender, Routledge, Stati Uniti, 2004

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