La transculturazione del sesso

Capita spesso di osservare le cose in movimento essendo noi stessi colti dall’evolversi delle cose e lo scorcio che ci si pone davanti possiede visuale ridotta. Per osservare il cambiamento, però, è necessario partire da un punto fermo che ci consenta di osservare la totalità dell’istante, prendendo in considerazione il suo continuum.

Quando si parla di sessualità, è facile essere indotti all’avere visioni semplicistiche che ci portano a definire e giudicare un fatto sulla base del passato più prossimo a noi, o dell’esperienza che ne facciamo quotidianamente.

L’arte del semplificare è un farmaco che ci aiuta a guarire in maniera quasi immediata dalla complessità circostante, a volte incomprensibile e amplificata esponenzialmente di giorno in giorno. Andare ad indagare un significato partendo dall’etimologia del vocabolo invece è una strategia classica per comprendere un fatto senza ridurlo; la parola farmaco, infatti, deriva dal greco, φάρμακον/farmacwn, che significa al tempo stesso veleno e medicina.

Per comprendere passato e presente dei paradigmi legati a genere e sesso in America Latina, è necessario parlare di colonialismo, cultura indigena e, di conseguenza, transculturazione.

Gran parte della letteratura sulla sessualità che viene utilizzata qui in ambito accademico proviene dalla cultura ispano-americana, con tutti i retaggi che il periodo coloniale, prima fattuale e poi economico, ha portato con sé. Il termine transculturazione venne appositamente coniato dall’antropologo cubano Fernando Ortiz per spiegare certi avvenimenti con l’intento di evitare di suddividere in parti un fenomeno ricco di complessità, cosa che ne comprometterebbe la totalità olistica con una conseguente riduzione artificiosa.

La transculturazione può verificarsi tramite migrazioni, politiche di potere ufficiali o anche attraverso l’influenza dei mezzi di comunicazione. Questo vocabolo esprime le differenti fasi del processo transitivo di una cultura che entra in un determinato tipo di contatto con un’altra. Spesso si parla di acculturazione intendendo il percorso di assimilazione, ma perché questo avvenga parallelamente se ne verifica uno di deculturazione, con la conseguente creazione di nuovi fenomeni, che prendono il nome di neoculturazione.

Non casualmente, infatti, la discriminazione dell’omosessualità e di comportamenti sessuali considerati non eterodossi inizia nel XV secolo con le prime invasioni degli europei nel continente latino. Ai tempi, spagnoli e portoghesi, fortemente influenzati anche dalla religione cattolica, avevano già sviluppato una certa intolleranza verso le attitudini non binarie ed eteropatriarcali del genere umano; nei vari musei di arte pre-ispanica che possiamo trovare da Bogotà a San Antonio de Mexico, però, non mancano statuette di ceramica che rappresentano atti di quella che venne poi definita dai colonizzatori “sodomia”. Suddetto termine deriva, infatti, dalla tradizione biblica e dalla città di Sodoma, nel mar Morto, dove pare queste pratiche fossero assai diffuse prima del XIV secolo. Spesso è necessario un excursus storico per poter motivare la violenza discriminatoria di oggi, e non è sufficiente fermarsi a poche decine di anni fa.

In riferimento a certi argomenti, il dibattito che più spesso anima le nostre conversazioni, le decisioni politiche o più banalmente il messaggio che viene divulgato dai mass media, pende tra la naturalità e il contro natura. Dietro questo binomio si cela un grande errore concettuale: come questo e tanti altri aneddoti possono mostrarci, non è la madre di tutte le madri (la natura) ad essere tirata in ballo nel processo di segmentazione della realtà, bensì la cultura, che spesso opera silenziosamente in accordo tacito col movimento della storia esperienziale dell’umanità.

La violenza è sulla superficie, davanti agli occhi di tutti noi e le motivazioni vanno ricercate scavando a lungo nella fossa di ciò che per qualche bizzarro motivo in un momento della storia, è stato bene nascondere o, a volte, cancellare come avviene con il fenomeno della deculturazione.

Ortiz, F.; 1983, Contrapunteo cubano del tabaco y del azúcar, La Habana: Editorial de Ciencias Sociales.

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